“Borges nella Sicilia del mito” di Agostino Spataro. Especial Palermonline Noticias Internacional

Introduzione
Tributo al grande scrittore argentino e a Buenos Aires sua città natale

Borges, da una Palermo all’altra

1. Prima del fatto, desidero accennare all’an­tefatto ossia alla venuta in Sicilia, nel marzo del 1984, di Jorge Luis Borges, celebrato scrittore ar­gentino, per ritirare il premio la “Rosa d’oro”, istituito dalla editrice palermitana “Nove­cento” di Domitilla Alessi. Egli, che aveva vissuto l’infanzia nel bellissimo barrio Palermo di Buenos Aires, giungeva per la prima volta nella nostra Palermo contento di poterne respirare l’aria di antica capitale della Sicilia dei miti, ma anche di una terribile, decadente realtà. Da una Palermo all’altra.
La cerimonia di consegna si svolse la sera del 27 marzo nel salone della Fondazione Mormino del Banco di Sicilia (sponsor del Premio) alla quale fui invitato -credo- nella qualità di deputato nazionale.
Accolsi l’invito anche se ero al corrente di taluni giudizi politici molto critici su Borges che circola­vano in taluni ambienti della sinistra a causa di certi suoi approcci con la dittatura militare che solo l’anno prima era uscita dalla scena politica argentina.
Certo, nel comportamento di Borges ci fu quanto­meno un errore politico, abilmente sfruttato dalla dittatura che – il mondo saprà dopo- fece sparire, assassinare circa trentamila giovani oppositori (de­saparecidos) con metodi brutali e inumani e senza uno straccio di processo. Un genocidio!
Tuttavia, credo che non si possa giudicare uno scrittore di razza, per altro impolitico, soltanto per qualche errore di tipo politico ma per il valore, l’essenza della sua opera letteraria.
Pertanto, senza voler assolvere, né mitizzare nessuno, nemmeno Borges, andai a Palermo solo per ascoltare, salutare l’autore di alcune opere che mi avevano affascinato: “Finzioni”, “L’Aleph”, “Sto­ria universale dell’infamia”, “Fervore di Buenos Aires”, ecc.
Mi fu riservato un posto in prima fila che trovai quasi interamente occupata dalle autorità palermi­tane e siciliane.
Al centro, assisi in una posa solenne, statuaria, c’erano i presidente della Regione e dell’Ars.
Di fronte, dietro il grande tavolo, avevano preso posto Borges e gli organizzatore del premio.

2. Avvertii come un disagio a star seduto in quella prima linea di ottimati. Mi guardai intorno e vidi in fondo al salone, solitario e raccolto, l’on. Sergio Mattarella(1), da qualche mese mio collega alla Camera dei Deputati. (attualmente Presidente della Repubblica italiana)
Il fratello di Piersanti mi parve volersi tenere alla larga da quella prima fila. Anche se lo conoscevo da poco, decisi di raggiungerlo in quell’anonima (e più confortevole) “retrovia”.
Tutto si svolse in pochi attimi: mi avvicinai al ta­volo e pregai Umberto Di Cristina di presentarmi a Borges per potergli stringere la mano. Null’altro.
Mi restò impresso il suo sguardo vacuo, il suo largo sorriso di circostanza rivolto a un illustre scono­sciuto.
Attimi fugaci nei quali intravidi come un alone di luce giallognola, che per me è il colore della sa­pienza matura, avvolgere il volto dello scrittore segnato da un malcelato ghigno di un dolore antico, mai rimarginato.
Salutato il Maestro, invece di riguadagnare il posto assegnatomi, deviai verso il fondo della sala a oc­cupare la sedia vuota accanto a Mattarella. E da lì ci gustammo, serenamente, la dotta prolu­sione di Borges.
Questo è quanto. Nulla di eccezionale. Solo piccoli gesti, necessari per segnare un confine evidente all’interno di un ambiguo contesto politico e morale che, in quel tempo tragico, dominava a Palermo.
Anche in occasione di un evento eminentemente culturale qual era la venuta di Borges in Sicilia, bi­sognava far vedere da che parte si stava.

A Buenos Aires per i sentieri di Borges

Con il passare degli anni, crebbe il mio inte-resse per l’opera del grande autore argentino, più di Bue­nos Aires direi, che, parafrasando lo stesso Borges, potremo definire il meno sud-americano fra gli scrittori sudamericani.
La parafrasi nasce da una battuta di Borges su Sha­kespeare che -secondo lui- “doveva essere di ori­gine italiana perché tendeva troppo all’iperbole nella metafora; è il meno inglese degli scrittori in­glesi…”*
* (Domenico Porzio in “Borges. Tutte le opere”, Mondadori)
L’osservazione non é poi tanto peregrina, anzi, in un certo senso, anticipa di almeno un ventennio, l’ipotesi proposta nel libro del professor Martino Iuvara* il quale, basandosi su una lunga e articolata ricerca, arriva a sostenere che il grande po­eta e drammaturgo inglese era in effetti italiano, nativo di Messina.
*(in “Shakespear era italiano”, Ed. Kromatografica, 2002)
Fondata o meno che sia l’ipotesi di Iuvara, bisogna riconoscere che é piuttosto argomentata, mentre ri­mangono incerti, aleatori alcuni aspetti della vita del poeta.
Taluni, addirittura, mettono in dubbio la sua effettiva identità, perfino l’esistenza.
Ma torniamo a Borges di cui continuai a leggere tutto quanto mi capitava per le mani.
Per conclu­dere con la monumentale edizione (in due volumi) di “Borges. Tutte le opere” magistralmente curata da Domenico Porzio il quale nella sua dotta “Introduzione” annota alcuni episodi, aneddoti re­lativi alla visita dello scrittore in Sicilia e ci lascia un’interpretazione, a tratti maieutica, dell’opera borgesiana: “Una letteratura che insegue i lucidi piaceri del pensiero, ma ha coscienza della propria irrealtà e del suo essere sogno, è un’arte misteriosa come gli altri elementi del mondo. La prestidigitazioine definitoria di Borges va oltre: una pagina o un verso fortunato non devono inor­goglirci: “sono un dono del Caso o dello Spirito; solo gli errori sono nostri”.
Per me, totalmente preso dalle vicende politi­che nostrane e da quelle più ingarbugliate e terribili dei Paesi arabi e mediterranei, dell’eterno conflitto fra palestinesi e israeliani, la lettura di Borges fu come una discesa in un mondo veramente nuovo, fantastico e crudo al tempo stesso; dentro il quale scoprii, fra l’altro, qualcosa di noi che era fuggito in Argentina, tanto tempo fa.
Buenos Aires mi apparve come una stella lontana e scintillante, ora raggiungibile seguendo i sentieri tracciati da Borges.

La più grande metropoli “mediterranea”

1. Fu così che cominciai a esplo­rare Buenos Aires, a girovagare, a curiosare per i suoi “barrios”, per le sue calles e avenide, per i suoi parchi e musei, ecc. Solo sensazioni, impressioni, le mie. E tanto amore… per questa città gioiosa, impetuosa ma anche fragile, triste che, col tempo, ho imparato ad apprezzare per quella che è, con i suoi difetti e le sue virtù.
L’esplorazione continua poiché c’è ancora molto da conoscere, da capire di questa sorta di “foresta incantata” che spero possa migliorare e divenire più equa e solidale per il bene dei suoi tre milioni di abitanti che diventano quattordici con la popolazione dei sobborghi.
La “più grande metropoli mediterranea”così Ga­briela Habich*, una cara amica portegna, ha defi­nito la capitale federale argentina, volendone sotto­lineare la multi etnicità e la straordinaria predispo­sizione all’accoglienza di gente arrivata da ogni continente e, in primo luogo, dai paesi rivieraschi del Mediterraneo.
* “Politiche di confine nel Mediterraneo” Ed. Rubettino 2004.
A ben vedere, Carlos Fuentes annotò, ironicamente, che: “gli argentini discendono dalle navi…”
Infatti, l’Argentina -come gli Stati Uniti d’America, il Canada, l’Australia, ecc- più che una “nazione”, nell’accezione classica del termine, è un mosaico di comunità; la risultanza di correnti migratorie venute prima al seguito degli occupanti colonialisti spa­gnoli e dopo, su richiesta dei governi locali, per at­tuare i grandi programmi di effettiva colonizza­zione di sterminati territori sottratti, con la violenza, ai popoli nativi.
Un variegato mosaico etnico, alla ricerca di un’ identità.
Nel corso della loro storia, l’Argentina, Buenos Ai­res hanno accolto folle di migranti provenienti, per la più parte, dai paesi del sud-Europa e del Mediter­raneo: italiani, spagnoli, francesi, libanesi, siriani, ebrei, slavi, greci, turchi, armeni, ecc.
Da qui, l’originale definizione della Habich.
Da notare che in questa grande metropoli “mediter­ranea” si realizza una singolarità degna di una men­zione d’onore.
Osservando, infatti, le nazionalità dei migranti, si rileva che trattasi, in prevalenza, di popoli che per secoli si sono fatti la guerra, si sono sgozzati a vi­cenda per un territorio conteso o per ordine di un dio vindice, ovviamente strumentalizzato dai belli­geranti. Odi e rancori ancora, tragicamente, non so­piti nei territori originari. Come per incanto, a Bue­nos Aires e in altre città argentine queste etnie con­vivono in pace, conservando aspetti importanti delle loro culture e tradizioni, dei loro stili di vita, tut­tavia sforzandosi di realizzare un’identità argen­tina.
Una riconciliazione felice, indotta dall’espianto mi­gratorio, dallo sradicamento; come se i “nuovi argentini”, al momento del distacco si fossero spo­gliati degli atavici odi e li avessero abbandonati nei porti di partenza.

2. Tantissimi sono i fatti, gli esempi che si potrebbero portare a conferma di tale benefica metamorfosi. Ne segnalo uno piccolo che, in un sol colpo, annulla ogni pretesa di sciovinismo nazio­nalistico.
In un giardino pubblico, dalle parti di Plaza Italia, vidi due monumenti a ricordo di caduti, fra loro nemici, che si combatterono sulle montagne del Carso durante la prima guerra mondiale.
Caduti ungheresi e caduti italiani.
Diedi una scorsa ai nomi e mi sorse una domanda: chissà se quel Farkas Lajos dell’epigrafe ungherese non fu ucciso da quel Principato Vincenzo dell’epigrafe di fronte o viceversa?
Chi può escluderlo?
Vittime di una stolta e crudele guerra, questi uo­mini, da vivi, furono costretti a odiarsi pur senza conoscersi, a sbudellarsi a colpi di baionetta e oggi, da morti, convivono nella pace (eterna), a pochi metri di distanza gli uni dagli altri. A Buenos Aires.
Tuttavia, il giusto riconoscimento di tale, grande disponibilità all’accoglienza non dovreb­be far dimenticare che tanta generosità fu pre­ceduta da una caccia spietata all’indio, da una serie di massacri dei popoli nativi.
“La campagna del desierto” del generale Roca ne fu un esempio davvero truce e definitivo.
Si trattò, infatti, di una sorta di pulizia etnica ante litteram che, nella seconda a metà dell’ot-tocento, praticamente liquidò la presenza degli “amerindi” (mapuches e altre etnie indigene) che abitavano le pampas, al di qua e al di là del Rio Negro, da mi­gliaia di anni.
Una pagina dolorosa e vergognosa, una ferita an­cora aperta ai piedi delle Ande di cui poco si parla e si scrive. Solo alcuni hanno avuto il coraggio di raccontarla per intero.

Il Nobel ai “cartoneros” di Buenos Aires

1. Buenos Aires, dunque, dei forti contrasti, delle contraddizioni sociali evidenti: città ricca, potente, elegante per alcune centinaia di famiglie di magnati e di tierratenientes, ma anche madre dolente di tan­tissimi suoi figli esclusi dal benessere.
Una vera tristezza, una dannazione per milioni di essere umani che vivono, ammassati e in condizioni precarie, proibitive.
Specie, nelle sterminate periferie che assediano il Centro dove, storicamente, è insediato un ceto alto borghese sempre più ristretto, elitario, perfino dina­stico, subalterno alla grande finanza internazio­nale, che spinge il “medio” e il “piccolo” verso i gradini più bassi della scala sociale.
Un processo terribile, disumano che può essere sin-tetizzato con una sola parola : “esclusione”
Una situazione grave, degradante che genera disu­guaglianze, odi sociali e le più gravi incertezze per il futuro di questo grande e ricco Paese latinoameri­cano.
E – si sa- quasi sempre, le disuguaglianze, l’esclusione sociale hanno provocato rivolte popolari, moti di giustizia per la sopravvivenza, quasi sempre repressi nel sangue.
Il sangue dei poveri!
Oggi, è riapparso lo spettro di quel ciclo infernale dal quale l’Argentina sembrava essere uscita.
Nello scenario sociale e politico stanno, infatti, rie-mergendo incertezze, paure, inquietudini che parevano essersi allontanate o co­munque diluite in questi primi anni del nuovo se­colo.
Un’evoluzione lenta, contrastata ma positiva che ho potuto costatare personalmente durante i miei soggiorni in questo Paese di circa 40 milioni di abitanti distribuiti fra la capitale e un territorio sette volte più esteso di quello italiano.
La prima volta che visitai Buenos Aires fu nel 2001 ossia nel vivo di una fase segnata dal caos politico e sociale, dalla disperazione popolare causata dall’iperinflazione, dal “cacerolazo”per il falli­mento dello Stato provocato dalle politiche “neo-liberiste” avviate dai generali e proseguite dai successivi go­verni al guinzaglio del FMI.
A partire dal 2003 (con la vittoria di Nestor Kir­ch­ner) la situazione è stata, gradualmente, corretta, in parte recuperata, seppure con errori e qualche ec­cesso, dai governi della sinistra peronista.
L’ultima volta che ci andai è stato nel novembre 2015 per seguire le elezioni presidenziali che hanno decretato (seppure di strettissima misura) il ritorno al potere di quelle stesse consorterie economiche, affaristiche che portarono l’Argentina al fallimento e alla dittatura, le quali, contravvenendo alle pro­messe elettorali, stanno inasprendo, rendendola più acuta ed esplosiva, la difficile condizione dei lavo-ratori, del popolo argentini.

1. Ma torniamo alla Buenos Aires che più amo, alle sensazioni, alle pulsazioni, agli umori, ai dolori, alle civetterie, agli sguardi disincantati che si colgono fendendo la folla, incessante e nevrotica, delle grandi avenide. Specie fra quelle del barrio Palermo dove – mi pare- più si concentra l’essenza umanitaria e cultu­rale di questa metropoli.
“Santa Fè, Scalabrini-Ortiz, Libertador, Malabia, Sarmiento, Belgrano, Borges, Cortazar, ecc.
Nomi, luci di nomi che rischiarano la storia trava­gliata della nazione argentina; una sequela di eroi e letterati che vogliono restare, o tornare, a Pa­lermo, anche da morti.
(A. Spataro in “Girodivite- Le città invisibili” 14/1/2006)
Le vie sono lo specchio animato di Buenos Aires. Qui scorrono, e s’incontrano, le sue diverse “anime”: ricchezza e povertà, sofferenza e ignobili viltà vestite a festa, corruzione dei potenti e urla di giu­stizia degli innocenti, violenza e trasgressione.
Sia chiaro, tutto ciò non è un maleficio, né appannaggio esclusivo di questa metropoli. Accade anche altrove, in altre grandi e piccole città del mondo, secondo i tempi, i ritmi, le logiche economiche della dissennata urbanizzazione che stiamo su­bendo.

3 Città da amare, Buenos Aires. Evitando, però, che la passione ci renda ciechi e sordi e non ci faccia vedere l’intero arco delle sue vicissitudini, delle sue violenze, della sua realtà sociale. In primo luogo, quella dei ceti meno ab­bienti, degli “esclusi”, come i “cartoneros” per i quali propongo il Nobel più importante: quello per la salvezza del Pianeta, dell’umanità.
Tante volte ho osservato a lungo i “cartoneros” di Buenos Aires ossia un esercito di umili, di uomini, donne, bambini, poverissimi di beni ma ricchissimi di dignità, vaganti nella notte per le eleganti ave­nide a raccogliere cartoni e altri materiali di rifiuto.
Gente che avrebbe tutte le ragioni per bruciare il mondo, invece cerca di salvarlo, di alleggerirne le pene mediante un’efficace e ben organizzata opera di raccolta differenziata.
Invece, i ricchi, che avrebbero tutte le ragioni per salvare, conservare il mondo che li privilegia, conti­nuano a inquinarlo, a distruggerlo.
Un debito d’amore verso Buenos Aires

Non so a voi, ma a me capita, sempre più spesso, di avvertire un sentimento di affetto autentico per al­cune città quali Buenos Aires, Roma, Lisbona, Bu­dapest, Damasco, Sanaa e poche altre in cui ho soggiornato più o meno a lungo.
Saranno l’età che avanza o la presunta saggezza che m’inducono a vedere, con occhi impertinenti, la vita attraversata che mi ha condotto a un livello di libertà praticamente illimitata, quasi al limite della follia liberatrice, e che riesce a capovolgere perfino le gerarchie dei sentimenti, delle passioni.
Così, può capitare di scoprire che l’amore per le città, per i luoghi più cari prenda il sopravvento su altre passioni ormai in declino.
Una sensazione intima, solo raramente confessata a qualche amico che l’ha voluta interpretare scherzandoci sopra: “ Hai forse il nido a Buenos Aires ?”
Un’insinuazione indulgente, complice alla quale si potrebbe rispondere con i versi di José Hernandez (autore di “Martin Fierro”): “Vorrei vivere libero, come un passero in cielo; non ho nido in questo suolo dove c’è tanto da soffrire”.
Ma lasciamo i passeri volare in pace…
Voglio dire che, nonostante i contrasti accennati, Buenos Aires mi appare come una gran bella donna: matura, intelligente, irriverente, mondana, triste e sensuale come il tango.
Una donna ideale che, magnificamente, si riassume in questa “Alegoria de la noche” di Joseph M. Pollet che troneggia nel Museo nazionale di arti decorative di Buenos Aires.

Una città ariosa che sprizza un magnetismo esotico che ti attira, ti lega, ti strega. Dove, è meglio non andare se non si ha la forza di ripartire.
Una città ondeggiante fra le chiome azzurrognole dei suoi meravigliosi jacaranda e gli splendori delle sue architetture e i suoi fervori artistici, intellettuali che ne fanno una delle capitali più eclettiche del pianeta; fra la sua passione per il tango e la milonga e il suo disperato richiamo alla libertà, troppo spesso conculcata, violata.
Verso questa città sento di avere un debito d’amore.
Librerie: el gato dueno de los libros

Una città colta, creativa, fantasiosa che può vantare un patrimonio di siti culturali di prim’ordine, una rete capillare di musei e gallerie, di teatri maestosi e celebrati e di officine sperimentali, di grandi centri culturali, di scuole di danza, di club d’ogni specie, di café accoglienti e ricreanti dove è ancora possibile conversare, meditare, scrivere, leggere il gior-nale, osservare la gente che passa nella via, udire gli scrosci della pioggia australe.
Tutto è fatto per migliorare la qualità della vita de­gli abitanti e per rendere gradevole, interessante il soggiorno dei visitatori.
Buenos Aires, una città dove per essere felici non è necessario essere ricchi sfondati.
Che spettacolo quelle lunghe file di spettatori con i biglietti in mano dietro gli ingressi dei teatri!
Roba che in Italia non capita di vedere.
Quanta bellezza e ricchezza nelle sue librerie piene di libri e di avventori!
Talune, addirittura, ostentano la solennità di san­tuari del sapere universale. Altre, più popolari e più accoglienti, offrono ottimi libri a prezzi ragionevoli e, talvolta, occasioni per incontrare autori con la penna pronta per l’autografo e anche un gatto e un topo, ovviamente in conte­sti separati.
Come quel gatto, maestoso e silente, che vidi assiso sopra una catasta di riviste in una libreria antiquario di avenida Santa Fè.
Chiesi all’ometto che stava alla cassa cosa ci fa­cesse quel gatto in libreria. Mi rispose: “El es el dueno de los libros” ossia il padrone dei libri.
Una notte, in una libreria di Corrientes (la grande avenida che “non dorme mai”), restai sorpreso nel vedere un topolino, per nulla intimidito, saltellare fra i banchi. Una ragazza che seguiva la “scena” mi ricordò, serafica, che a Buenos Aires “anche i topi hanno il diritto di frequentare le librerie”.
Effettivamente, non c’è una norma che vieta ai topi di farsi un giretto in libreria!
Distese, montagne di libri, scaffali di stampe, di di­schi, di fotografie: un’ordinata orografia cartacea governata da librai autentici che, in genere, ben conoscono la “merce” esposta in vendita.
Davvero troppo grandi, fantastiche, visionarie le librerie di Buenos Aires, come se volessero emulare la “biblioteca” universale immaginata da Borges.
Il Paranà, pasajero eterno

Città superba e gentile che ama specchiarsi nel suo fiume/mare, sicuramente il dono più bello della Natura alla terra degli amerindi.
Il Paranà è lo specchio mobile di Buenos Aires.
Un serpentone d’acqua verdognola, lungo migliaia di chilometri, che scende dalla selva amazzonica e attraversa o lambisce le foreste, le pampas di ben quattro Paesi (Brasile, Paraguay, Uruguay, Argen­tina), raccogliendo i loro fiumi, (fra i quali l’Iguazu che forma le cascate più spettacolari del mondo) e continua a correre, stracarico di ac­qua e di speranza, verso l’Atlantico.
Oltre Sant’Isidro, il Paranà invade l’immensa conca , cambia nome e diventa rio de la Plata o mar de la Plata.
Un mare d’acqua dolce dove incro­ciano barche e natanti, petroliere e buquebus e che alla confluenza con l’oceano Atlantico raggiunge un’ampiezza inaudita: 220 chilometri!
Un “mare” ambiguo che, più volte nell’antichità, ingannò i navigatori in cerca del passaggio dall’Atlantico al Pacifico.
Celebrato e temuto come un Dio greco, padre delle foreste brasiliane e signore delle pampas argentine, il Paranà è un tutt’uno con la città.
“Chi non ha ascoltato la voce del Rio -scrive Leo­poldo Marechal- non comprenderà mai la tristezza di Buenos Aires!”
Più volte, sono stato alla Costanera nord di Buenos Aires per ascoltare la voce del rio, per scrutare l’orizzonte d’acqua torbida, per capire il mistero del suo implacabile fluire; sperando di avvistare la sua riva nord, dirimpetto, dove siede, austera e soddisfatta, Montevideo.
Due magnifiche capitali, divise dallo stesso fiume, che non si scorgono l’una con l’altra.
Tanto è curvato l’arco dell’orizzonte che le congiunge. Paranà, pasajero eterno…
(Agostino Spataro)

*Edizione non commerciale in corso di stampa. Il resto si può leggere liberamente sul mio blog: montefamoso.blogspot.it
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